Il 12 marzo è stata convocata la riunione del Comitato Direttivo della Cgil per discutere il documento unitario sulla riforma della contrattazione.
Operazione formalmente ineccepibile, a cui occorre aggiungere la partecipazione dei lavoratori, informata e consapevole della complessità della realtà e delle possibili soluzioni ai problemi, alle scelte e alle posizioni espresse dal sindacato, partecipazione come essenza stessa dell’attività sindacale.
In tale contesto, la Flai Cgil ha ritenuto necessario convocare una riunione del Comitato Esecutivo, allargato a tutte le strutture territoriali.
Nel corso della discussione sono emersi numerosi punti di vista, proposte, critiche e perplessità sui temi centrali del documento.
La previsione che il CCNL concorra alla “definizione delle competenze da affidare al secondo livello – in termini flessibili rispetto alle diverse specificità settoriali – anche al fine di aprire maggiori spazi di manovra salariale e normativa alla contrattazione aziendale o territoriale”, ha sollevato critiche in ordine alla possibilità, in concreto, che il CCNL possa essere derogato da accordi contrattuali di secondo livello, aprendo, in tal modo, la strada ad una condizione di concorrenza necessitata per il lavoratore ed annullando, in sostanza, il ruolo proprio del sindacato.
Perplessità anche sul richiamo al “recupero del potere d’acquisto dei salari” che non si aggancia ad alcun criterio certo e il riferimento agli indicatori dell’”inflazione realisticamente attesa” non è completamente soddisfacente, in quanto, manca qualsiasi riferimento alla produttività del settore.
Negativo il giudizio sul riferimento alla bilateralità nel contesto del “welfare contrattuale”.
La preoccupazione che il dibattito sulla riforma della contrattazione possa essere strumentalizzato nel corso della campagna elettorale, nonché il rischio di appiattire lo stesso sui binari del “tutto giusto”, o “tutto sbagliato”, sono state considerazioni ampiamente condivise.
L’esigenza di una definizione del capitolo democrazia e rappresentanza, nonché la necessità di un coinvolgimento diretto dei lavoratori, sono stati considerati passaggi imprescindibili.
I ritmi frenetici della campagna elettorale che in più di un caso hanno portato a concludere compromessi frettolosi, salvo pentirsene subito dopo, esulano dalle finalità e dalle specificità proprie del sindacato, il cui preminente interesse, di natura universale, è la tutela del lavoro e dei lavoratori.
“A ciascuno il suo mestiere”, verrebbe da dire, che la politica abbia il coraggio di fare delle scelte, di portare avanti un programma di riforme in modo responsabile verso il paese e verso i cittadini italiani. In una parola, l’autonomia della politica.
D’altra parte, quale modello sindacale vogliamo per il nostro paese?
Un sindacato democratico, autonomo, pluralista e unitario. Un sindacato dei lavoratori, e non degli iscritti.
Il percorso della Flai Cgil muove in questa direzione: prima Venezia (30 giugno 2005) e poi Bologna (18 settembre 2007) hanno fatto parlare i delegati e le delegate, hanno riaffermato la centralità del lavoro, la sua difesa, l’aggiornamento e la tutela dei diritti in fabbrica e quelli di cittadinanza, la questione salariale e dell’equità nella ripartizione sociale fra salari, profitti e rendite.
La risposta alla domanda di cambiamento, che fa tremare e contemporaneamente aggrappare alla poltrona i politici italiani, passa attraverso un processo di semplificazione dei modelli di rappresentanza politica e sociale, in grado, finalmente, di riportare gli interessi dei cittadini e dei lavoratori al centro della funzione di governo, di colmare la distanza sociale fra governanti e governati.
In sostanza, un sistema non è democratico quando obbliga a scegliere il male minore, purché si scelga, ma quando mette in condizione di scegliere nel rispetto e nella coerenza delle proprie idee.
Ancora un volta, quindi, viene spontaneo chiedersi: ma ai lavoratori chi ci pensa?