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Segnalazioni sul tema "della produttività e diritto del lavoro"
Commento a margine del tema affrontato da "Rivista giuridica del lavoro e della previdenza sociale", Ediesse, Roma, Anno LX -2009 - N. 2, pp. 467.

L’ultimo numero della “rivista giuridica del lavoro” affronta un tema importante per tutte le implicazioni che esso ha sul piano sindacale. Il tema è: della produttività e diritto del lavoro. Anche se può sembrare un argomento un po’ insolito per un esame a carattere giuridico, data la prevalenza dell’economia aziendale e del sindacale sulla materia, oggi più che mai esiste una relazione forte tra il diritto e la personalizzazione del lavoro. Infatti, questo aspetto della persona oltre ad essere la forma caratterizzante del mutamento organizzativo e della produttività aziendale  è anche una “anomalia” al precedente modello del secolo passato tanto che la sua irregolarità - così come intesa da T. Kuhn per la possibile affermazione di un paradigma - dischiude un nuovo scenario sulla cittadinanza.

Nella rivista il tema della produttività e diritto è affrontato da diverse angolature. L. Costabile presenta il glossario dell’economista per il giuslavorista, V. Bavaro affronta un itinerario sui tempi del lavoro, M. D’Onghia indaga su un itinerario sulla qualità del lavoro mentre A. Lassandri si sofferma sulla contrattazione collettiva e produttività. M. D’Onghia nella conclusione del saggio, accomuna il ruolo della persona agli sviluppi della qualità del prodotto e si richiama ai principi fondamentali della Costituzione il cui “disegno costituzionale ha di mira la persona umana con la sua dignità e con i suoi bisogni” e rilancia proprio nella parte finale il teorema della produttività come altresì un sistema di diritti in grado di “accogliere, per quanto possibile, le ragioni dell’economia, coniugandole con quelle delle persone” (pp. 297, 298).

La rivista offre un quadro di riferimento molto utile per progredire sul tema della produttività in cui però la novità riguarda non più la formalità del lavoro o le organizzazioni impersonali ma la persona in carne e ossa nel processo lavorativo. Questa cambia indubbiamente la classica antropologia del lavoro del ‘900, la stessa misurazione della produttività e le implicazioni del lavoratore. In particolare l’aspettativa della produttività nella competizione globale muta, da parte dell’impresa, su una diversa ottimizzazione dei cicli produttivi.

L’indice di produttività nell’ambito della concorrenza dei prodotti di massa (tutto ciò è avvenuto fino agli anni ’80 per poi lentamente modificarsi) giocava prevalentemente sul rendimento della forza lavoro.

L’indice, infatti, scaturiva dal rapporto tra le quantità del prodotto sulle ore lavorate o altrimenti detto sul numero degli occupati. Ciò che qualificava l’indice, date le condizioni del macchinario, della specializzazione dei lavoratori e la durata di applicazione della forza lavoro (gli orari di lavoro), era l’intensità del lavoro, cioè la “densità” delle operazioni o dei compiti nell’unità di tempo (cottimo individuale, collettivo…). Pertanto, era il rendimento del lavoratore/i la condizione dell’innalzamento dell’indice che elevava, con la riduzione dei costi di produzione, la condizione della concorrenza delle merci sui mercati in virtù della diminuzione del costo unitario per prodotto.

La produttività dipendeva, dunque, dal rendimento in prodotti nell’ora lavorata e prescindeva da fattori come la presenza e gli stessi straordinari che possono considerarsi unicamente e improbabili pre-condizioni alla produttività. Lo straordinario, infatti, al di là di errate e banali propagande può causare un indice maggiore solo nel caso in cui la densità delle operazioni e dei compiti aumentano in quella ora; cosa del resto del tutto irrealizzabile date le molteplici analisi aziendali che hanno sempre constatato la riduzione dei rendimenti con il passare delle ore della giornata lavorativa.

La fenomenologia del lavoratore nella produttività-quantità era tutta nella densità e la sua attività consisteva in una ripetizione dei compiti con la massima saturazione dei tempi di lavoro. Non esisteva il lavoratore ma una energia del tutto impersonale e senza intelligenza nel lavoro.

Valeva l’affermazione di K. Marx che dichiarava nell’analisi del macchinismo industriale dell’ottocento “che un uomo di un’ora vale un altro uomo di un’ora” al netto naturalmente della formazione professionale. In queste condizioni di “lavoro astratto” la compravendita della merce lavoro scambiava il tempo di lavoro e la subordinazione della persona con il salario e la questione della tutela sindacale si indirizzava prevalentemente sui diritti collettivi e “in primo luogo del diritto alla negoziazione collettiva” per ridurre “lo spazio di arbitrio e di discrezionalità..[…].. della gerarchia aziendale sul lavoratore” (B. Trentin, La città del lavoro, Feltrinelli, Milano, 1977, p. 226).

Oggi l’indice di produttività più che sulle quantità si calcola sulle condizioni che stabiliscono un buon esito di qualità del prodotto.

Il tema della produttività in questi casi si manifesta non più sulle singole operazioni ma sull’efficienza del flusso produttivo inteso nella sua regolarità, nel miglioramento della qualità, nella riduzione degli errori di lavorazione e nelle risposte alle variazioni della domanda (su questi temi mi permetto di rinviare al mio: F. Farina, Della produttività, Ediesse, Roma, 2008).

In questo quadro si determinano due aspetti che riguardano a) la qualità del lavoro come condizione prioritaria della qualità del prodotto; b) l’assunzione delle capacità cognitive, di iniziativa, di competenza e di autonomia della persona nel lavoro.

Il rapporto dunque tra la produttività e la qualità modifica profondamente le priorità del rendimento del lavoro e i suoi effetti immediati sul manufatto. Le parti costitutive della qualità del prodotto, difatti, sono in funzione della professionalità, della competenza lavorativa, del continuo aggiornamento professionale e della responsabilità delle persone.

Una delle conseguenze sul piano della compravendita della forza lavoro non è più allora un “tempo astratto” riempito poi dalle procedure e dalle prescrizioni aziendali ma un “tempo reale” in cui si evidenzia il sapere della persona che spesso non corrisponde necessariamente con le conoscenze aziendali ma di cui l’azienda ha bisogno per la produttività-qualità e per la sua competitività.

Da questo modello emergono gli aspetti relativi al diritto della persona e ai diritti individuali. S. Rodotà già da tempo separa il soggetto astratto come “mero centro di imputazione di situazioni giuridiche alla persona come via per il recupero integrale dell’individualità e per l’identificazione di valori fondativi del sistema” per addivenire ad un sistema in cui l’uguaglianza universale dei diritti si coniuga con il diritto della singola persona di poter scegliere liberamente in relazione alle sue attese (S. Rodotà, Dal soggetto alla persona, editoriale scientifica, 2007, p. 45). Lo svolgimento della dimensione soggettiva del diritto punta a situare la persona nella collocazione concreta, reale con una attribuzione giuridica colma di “diritto e vita, umanità e legge, anima e corpo”.

In questi casi la persona nel lavoro va riconosciuta come un soggetto dotato di diritto individuale e, nell’esercizio della sua attività, come persona libera nel proprio lavoro e fornita di poteri e prerogative. Il concetto di persona è in questo caso “la linea di demarcazione a partire dalla quale una materia biologica acquista quel valore che la rende intangibile” (S. Rodotà, La vita e le regole, Feltrinelli, Milano, 2006). Si tratta, in altri termini, di unificare la separazione tra il diritto in cui un lavoratore è cittadino della polis e “abilitato al governo della ‘città con il diritto di “perseguire anche nel lavoro la realizzazione di sé e di conseguire la propria ‘indipendenza, partecipando alle decisioni che si prendono nel luogo di lavoro” (La città del lavoro, cit., p. 225).

Nelle realtà aziendali, pur nel conclamato mutamento organizzativo, questi aspetti si presentano in forma molto contraddittoria tanto da poter dire che gli stessi rimandano alla tenuta nel tempo della stessa rappresentatività sindacale. Infatti, da una parte la personalizzazione del lavoro viene interpretata secondo unicamente le funzioni aziendali assorbendo così tutte le prerogative cognitive e culturali dei lavoratori, dall’altra invece proprio per mutamenti tecnologici e organizzativi del lavoro e dell’imprese si ritiene che è l’occasione di una nuova cittadinanza in cui le condizioni sono nuovi diritti e la libertà nel lavoro.

E’ qui che il diritto dovrà avanzare le proprie proposte. Infatti la qualità del lavoro e la stessa produttività prefigurano alcune prerogative come quelle di poter apprendere conoscenze per sviluppare e arricchire la professionalità e di poter includere le attività formative che riguardano l’interesse del lavoratore anche se non sono considerate prioritarie dall’azienda così come l’accesso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e così via.

La monografia della produttività e diritto del lavoro, così come è stata intelligentemente preparata dalla rivista giuridica, è una occasione da non perdere per una consapevolezza dei processi in atto ma anche e soprattutto per la costruzione di una nuova cittadinanza nel lavoro.


  Franco Farina 29/10/2009 




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