Premessa
Nella storia centenaria della Cgil l’appuntamento congressuale ha sempre avuto un ruolo molto importante per diversi motivi: come momento politico di verifica dei risultati ottenuti, di affinamento del programma rivendicativo e di rilancio dell’azione di tutela e rappresentanza degli interessi generali del mondo del lavoro; come “test” organizzativo che periodicamente misura il grado di agibilità della democrazia interna; come occasione per ribadire i valori alla base dell’identità confederale.
Eppure, non tutti i congressi hanno avuto lo stesso impatto: sia all’interno dell’organizzazione, producendo significative innovazioni nel rapporto tra il “centro” e le “periferie”; sia all’esterno, nei rapporti con altri soggetti pubblici e privati (istituzioni, imprese, governi, partiti, movimenti, associazioni, ecc.). Infatti, anche a seconda della congiuntura politica ed economica nella quale ci si trovava, i passaggi congressuali hanno avuto un “peso” diverso e hanno ricevuto una diversa “attenzione” dai propri iscritti, dai lavoratori e dall’opinione pubblica.
Con queste brevi note vorremmo evidenziare quelli che, a nostro avviso, sono stati i veri “congressi di svolta” della Confederazione, partendo dalla Cgdl dell’età liberale, ma soffermandoci soprattutto sulla storia dell’Italia repubblicana.
L’inizio del secolo: 1900 - 1925
Più che di singoli congressi, sarebbe meglio parlare di “cicli congressuali” che hanno fatto la storia della Cgil. Questo perché non è (quasi) mai il singolo episodio che determina cesure e cambiamenti epocali, ma è (quasi) sempre un insieme di eventi, cause e fattori che indica la direzione da prendere.
Si prenda, ad esempio, la fase delle origini quando, dopo la crescita esponenziale del movimento sindacale in Italia nei primi anni del secolo (avvenuto attraverso la fioritura di centinaia di Leghe, Camere del lavoro e Federazioni di mestiere) e dopo l’esperienza accidentata del Segretariato Centrale della Resistenza, con il 1906 si decise di dare vita ad un nuovo soggetto, di chiara impronta riformista, che non svolgesse soltanto funzioni di mero coordinamento tra i livelli del sindacato (“orizzontali” e “verticali”) e tra le componenti politiche (rivoluzionarie e riformiste), ma che assumesse compiti di vera e propria direzione politica sia sul piano organizzativo che rivendicativo.
Ebbene, tale “svolta” non avvenne (o non avvenne soltanto) con il Congresso costitutivo di Milano del 1906, quando Rinaldo Rigola e il gruppo dirigente confederale presero con decisione le redini del nuovo organismo, ma prese forma e sostanza durante un biennio di intensa attività , culminata nel II congresso nazionale, tenuto a Modena nel 1908.
Se è vero che l’assise di Milano fu decisiva nello stabilire l’organigramma dell’organizzazione e le sue regole interne di funzionamento – a partire dallo Statuto confederale che all’articolo 1 affidava alla Confederazione il ruolo di “ottenere e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro” –, fu soprattutto l’appuntamento di Modena a fissare in modo duraturo il programma politico della Confederazione, costruito su tre elementi: la stretta alleanza con le altre componenti del movimento operaio italiano (dalla cooperazione al mutualismo, dalla Direzione del Psi al gruppo parlamentare socialista); il controllo centralizzato degli scioperi e delle mobilitazioni in periferia, ottenuto soprattutto attraverso la diffusione della contrattazione collettiva; lo sviluppo della legislazione sociale, mediante l’impegno diretto dei dirigenti confederali nella discussione e nell’elaborazione delle normative in tema di lavoro, emigrazione, assistenza, diritti.
Dagli anni dieci, tuttavia, iniziò – come è noto – una parabola discendente della Confederazione, destinata a solcare buona parte del “secolo breve”, attraverso i traumi della Grande Guerra, della dittatura fascista e delle distruzioni del secondo conflitto mondiale. Nel nuovo contesto, già dal III congresso nazionale di Padova (1911) fu evidente il distacco sempre più lacerante tra le discussioni congressuali e i “destini” del Paese, stretto tra crisi economica, tensioni sociali e decadimento delle istituzioni liberali; ancora nel 1914, il IV congresso nazionale della Cgdl, celebrato a Mantova alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, segnalava i ritardi di una dirigenza confederale, che nel frattempo aveva subito anche la prima scissione sindacale della storia italiana, con la costituzione nel 1912 della rivoluzionaria Unione Sindacale Italiana.
Con il primo dopoguerra, in un mondo radicalmente trasformato dall’avvento della società di massa, la crisi del sindacato sembrò non attenuarsi. Infatti, dopo i grandi successi del “biennio rosso” (le otto ore, i primi concordati nazionali, l’imponibile di manodopera, le ferie, ecc.), presto contrastati e annullati dall’alleanza tra agrari e fascisti (cui si aggregò, dopo qualche esitazione, anche la grande industria del Nord), gli anni venti certificarono in modo chiaro il cambio di fase avvenuto nella storia non solo sindacale del Paese.
Gli ultimi grandi diritti conquistati nel 1919 suonarono come l’estremo campanello d’allarme; infatti, dopo i numerosi scioperi bracciantili, soprattutto in Val Padana e in Puglia, che portarono alla conquista di miglioramenti salariali per i braccianti e all’occupazioni di terre in particolare nel Lazio e nel Sud, la scelta che fece la classe dirigente per uscire dalla crisi internazionale del 1919-1920 - senza venire a patti con il mondo del lavoro - fu quella di un compattamento del mondo economico e politico basato sulla preclusione prima e sulla distruzione dopo del tessuto sindacale e della rappresentanza del lavoro. E presupposto del superamento della crisi economica del dopoguerra negli anni venti fu lo scioglimento forzoso dell’organizzazione sindacale. Gli accordi del 1923 e del 1925, l’autoscioglimento della CGIL del 1927 furono tappe di un unico percorso che ebbe inizio con la violenza squadrista e l’attacco sistematico portato a eliminare territorio per territorio, manu militari, quel ricchissimo tessuto associativo e organizzativo che dalle campagne si era progressivamente diffuso in tutto il mondo del lavoro. Questa rete venne distrutta sistematicamente con la violenza, ma essa equivale anche alla crisi dello Stato liberale: non poteva esserci società liberale senza la presenza organizzata libera e conflittuale del mondo del lavoro sindacalmente organizzato.
Nel passaggio tra “biennio rosso” e “biennio nero”, il V congresso nazionale di Livorno (1921) ebbe il grande merito “storico” di scongiurare la scissione dei comunisti – avvenuta, invece, in modo lacerante a livello di partito – ma, sul piano politico, non modificò nulla della linea maturata tra il 1906 e il 1908. Fu chiaro, in quella circostanza, come la Cgdl di Ludovico D’Aragona non comprendesse a pieno né la portata immane dei cambiamenti sociali e mentali introdotti dalla Grande Guerra, né i pericoli che si celavano dietro l’alleanza tra ceti possidenti e squadrismo nero, a cui ben presto il ceto medio avrebbe fornito il consenso necessario per l’impianto del “regime reazionario di massa”.
Ancora più difficile fu il contesto nel quale il movimento sindacale operò nei primi anni della dittatura. Alla fine del 1924, alcuni mesi dopo l’omicidio di Matteotti e pochi giorni prima della svolta totalitaria del regime, avviata con il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, la Cgdl celebrava a Milano il suo VI congresso nazionale. Il cammino del gruppo dirigente confederale, riunito intorno a Rigola e D’Aragona, sembrava ormai prossimo al capolinea; ben altre erano le scelte politiche che andavano sperimentate di fronte al fascismo, anche a costo di gravi sacrifici personali. L’uomo che guidò l’organizzazione nel difficile passaggio fu Bruno Buozzi; tuttavia, anch’egli, al pari di tanti altri connazionali antifascisti, fu costretto a lasciare l’Italia e a riparare all’estero, pochi mesi dopo il suo arrivo al vertice della Confederazione.
Per un nuovo Congresso occorreva attendere la sconfitta militare del nazifascismo, avvenuta circa vent’anni dopo, alla fine della seconda guerra mondiale.
Il dopoguerra e la ricostruzione: 1947 - 1949
Nella storia della “moderna” Cgil, (ri)nata dapprima in forma unitaria durante la Resistenza grazie all’accordo tra le principali componenti politiche del sindacato (comunista, socialista e democristiana) e quindi tornata, dopo le scissioni del 1948-50, alla formula prefascista dell’accordo tra socialisti e comunisti (questa volta, però, con i rapporti di forza rovesciati a favore dei secondi), si possono individuare quattro “cicli” congressuali di svolta succedutisi nell’arco di oltre quarant’anni: il 1947-49 (dal I congresso di Firenze al II congresso di Genova); il 1956-60 (dal IV congresso di Roma al V congresso di Milano); il 1969-73 (dal VII congresso di Livorno all’VIII congresso di Bari); il 1991 (il XII congresso di Rimini).
Con l’eccezione del XII congresso, che coincise con un momento di profonda svolta della Confederazione (non a caso avvenuto all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della fine della “guerra fredda”), si tratta di periodi, protrattisi per alcuni anni, necessari per far metabolizzare il cambiamento. Prima di entrare nel merito di questi cicli congressuali, è necessario però sottolineare come anche gli altri congressi abbiano avuto una loro importanza. Non averli indicati come congressi di svolta, non significa voler cancellare il valore della discussione politica che si ebbe in quei momenti; semplicemente, quelle discussioni non produssero effetti sull’organizzazione, nel breve come nel medio periodo.
Si pensi, ad esempio, al III congresso di Napoli (1952), quando Di Vittorio lanciò la lungimirante idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori nelle aziende; ebbene, quella straordinaria intuizione non ebbe alcun seguito per quasi venti anni, fino al 1970, quando finalmente divenne legge dello Stato. Oppure, si pensi al VI congresso di Bologna (1965): in quella occasione il confronto sulla programmazione economica, avvenuto trasversalmente alle componenti di partito, con il rilevante contributo della neonata correne socialproletaria, fu di grande qualità , ma non approdò a nulla, anche perché i piani economici del centrosinistra non ebbero grande fortuna. Si prendano, infine, il IX congresso di Rimini (1977), il X congresso di Roma (1981) e l’XI congresso di Roma (1986): in essi le questioni del terrorismo, della crisi economica, del costo del lavoro, della riforma della pubblica amministrazione, della flessibilità , furono affrontate di petto, discusse animatamente, analizzate con passione e competenza, ma “scivolarono” via in breve tempo, quasi non lasciando tracce; segno evidente, questo, di quella “parabola del sindacato” che tra gli anni settanta e ottanta aveva condotto il sindacalismo confederale in una grave crisi, senza la forza e la possibilità di incidere sull’evidente declino del Paese. Ma torniamo ai cicli congressuali di svolta.
Per quanto riguarda il primo (1947-49), la questione al centro del dibattito fu l’azione politica del sindacato. L’uomo simbolo di quella stagione fu Giuseppe Di Vittorio. Pur tenendo a cuore i rapporti con la minoranza democristiana, a Firenze fu questi a volere con convinzione la modifica dell’articolo 9 dello Statuto, che rendeva ammissibile il ricorso allo sciopero generale da parte della Confederazione. Ecco il testo di quell’articolo, destinato a incidere pesantemente sulla rottura sindacale del 1948:
“L'indipendenza dei Sindacati dai partiti politici e dallo Stato non significa agnosticismo dei Sindacati di fronte a tutti i problemi di carattere politico.
La Cgil potrĂ prendere posizione su quei problemi politici che interessano non giĂ questo o quel partito, ma la pluralitĂ dei lavoratori, come quello della difesa della Repubblica e dello sviluppo della democrazia e delle libertĂ popolari, quelli relativi alla legislazione sociale, alla ricostruzione ed allo sviluppo economico del Paese.
Gli eventuali interventi delle organizzazioni sindacali nei problemi di cui sopra, essendo di carattere eccezionale, potranno effettuarsi soltanto, se deliberati dall'organo dirigente dell’organizzazione interessata, regolarmente convocato, a maggioranza di tre quarti dei componenti presenti”.
Difendere e rilanciare l’azione politica del sindacato, attraverso propri strumenti e obiettivi, significava innanzitutto agire in continuità con l’impostazione della Cgdl, la quale aveva sempre rivendicato autonomia nei confronti del Psi e del Pcd’I; quindi, significava riaffermare un principio inevitabile per un sindacato confederale: un sindacato generale, nel momento in cui affronta non solo i problemi immediati e materiali dei lavoratori, ma anche questioni essenziali riguardanti la libertà , la pace, l’eguaglianza sociale, la solidarietà , non può non avere una linea politica, espressa attraverso un progetto di cambiamento della società , senza timori di invasioni di campo, consapevole dei propri limiti, ma orgoglioso delle proprie capacità . Di Vittorio lo chiamava “sindacalismo costruttivo”. Ed a Genova, due anni dopo, nel congresso nazionale del 1949, si ebbe un chiaro esempio di quella impostazione. Nonostante la scissione in corso, la Cgil offriva al Paese un Piano del lavoro, che la collocava al centro della dialettica politica italiana. Questo fu il passaggio più significativo della mozione finale:
“[…] allo scopo di avviare a soluzione i problemi più assillanti della Nazione e dare un impulso all'economia, che permetta di assorbire un grande numero di disoccupati ed assicurare le condizioni per una effettiva elevazione del reddito nazionale e del tenore di vita del popolo, la Cgil propone al Paese un piano economico costruttivo, di immediata attuazione, le cui grandi linee sono sintetizzate nei seguenti punti:
1) Nazionalizzazione delle aziende elettriche monopolistiche e costituzione di un ente nazionale dell'elettricitĂ che assuma la gestione delle aziende nazionalizzate e abbia il compito precipuo di promuovere in breve termine la costituzione di nuove centrali idroelettriche in misura sufficiente per soddisfare le esigenze dello sviluppo produttivo e civile del Paese.
2) Costituzione di un ente nazionale per la bonifica, le irrigazioni delle terre e le trasformazioni fondiarie, col compito di promuovere un intenso sviluppo dell'agricoltura italiana, specialmente nel mezzogiorno, collegato all'inizio della realizzazione della riforma agraria.
3) Costituzione di un ente nazionale dell'edilizia popolare, col compito di promuovere la costruzione di case popolari, scuole, ospedali, ecc., in tutte le province d'Italia principalmente nelle zone maggiormente devastate dalla guerra.
4) Realizzazione di un vasto programma di opere pubbliche essenziali ad un minimo di civile convivenza (strade, acquedotti, fognature, illuminazione, telefoni, ambulatori).
I mezzi per finanziare il piano, che dovrebbe essere compiuto in tre anni, dovranno essere tratti:
a) da un contributo fortemente progressivo da richiedere alle classi abbienti ed in modo particolare ai grandi gruppi monopolistici ed alle grandi societĂ per azioni;
b) da un orientamento organizzato del risparmio nazionale verso gli investimenti produttivi relativi al piano;
e) da prestiti esteri, che non menomino l'indipendenza economica e politica della Nazione.
Il Congresso dichiara che i lavoratori italiani sono pronti a dare il proprio contributo diretto alla realizzazione di questo piano, e che la Cgil è pronta a dare il suo appoggio ad un governo che dia le dovute garanzie per la sua attuazione. La realizzazione del piano, mentre aprirebbe la via allo sviluppo dell'economia nazionale, determinerebbe le condizioni per una effettiva e durevole distensione dei rapporti sociali e politici nel Paese […]”.
Alla fine, come è noto, non se ne fece nulla. I tempi per un confronto politico civile non erano ancora maturi e la guerra fredda dispiegava al massimo, anche a livello sindacale, i suoi effetti laceranti e conflittuali. Ma il ruolo del sindacato “soggetto politico” era stato ribadito e rilanciato. Le istituzioni, i partiti e gli altri sindacati erano avvertiti….. (segue).