Il 28 settembre Governo e sindacati hanno sottoscritto un verbale di accordo che sintetizza il lavoro di confronto svolto a partire da maggio sul tema della riforma delle pensioni. Di positivo c’è che finalmente il Governo ha capito che i lavori non sono tutti uguali, che non tutti hanno la stessa gravosità, e, soprattutto, che non si può allungare senza fine la vita lavorativa delle persone. Una convergenza importante, ma che non trova ancora riscontro nell’individuazione di misure strutturali. Vediamo quindi, in sintesi, quali sono i punti principali dell’accordo governo sindacati in materia di riforma delle pensioni.

Nel testo del verbale di accordo tra Governo e sindacati si sono definite due fasi. La “fase I”, strettamente collegata alla legge di bilancio e quindi all’individuazione delle risorse che a tal fine devono essere stanziate. In questa prima fase si concordano interventi a sostegno dei redditi medio-bassi da pensione attraverso l’allargamento della no tax area e l’aumento dell’importo della quattordicesima ai pensionati, nonché l’allargamento della platea dei beneficiari. La “fase II” è volta a tenere aperto un confronto costruttivo e di merito su interventi di riforma previdenziale nel corso del 2017.

Questi i punti principali in merito ai quali Governo e sindacati saranno chiamati a confrontarsi:

  • Il cumulo gratuito dei periodi contributivi previdenziali maturati in gestioni pensionistiche diverse, inclusi i periodi di riscatto della laurea (ad oggi le ricongiunzioni da diverse casse previdenziali sono onerose).
  • Lavoratori precoci (tutti quelli che hanno 12 mesi di contributi anche non continuativi prima del compimento dei 19 anni di età), consentendo l’accesso alla pensione con 41 anni di contributi per disoccupati senza ammortizzatori sociali, persone in condizioni di salute che determinano una disabilità e lavoratori occupati in attività particolarmente gravose.
  • Lavori usuranti, introducendo nuove e migliori condizioni di accesso al pensionamento.

La riforma delle pensioni è un tema da maneggiare con attenzione. Non c’è assemblea nei luoghi di lavoro, o dibattito politico, iniziativa o convegno, in cui non emerga con evidente e necessaria oggettività l’urgenza di riformare l’attuale sistema delle pensioni e dare risposte ai giovani, ai lavoratori stagionali e trovare soluzioni al problema della flessibilità.

Un problema, quello della riforma delle pensioni, che deve essere affrontato sul piano personale prima ancora che tecnico-politico, con un impegno profondo per ricostruire una fiducia ed una condivisione di percorso con i lavoratori, i giovani, i cittadini che sono usciti con le ossa rotte dalla legge Fornero. Un lavoro sincero, che parte dal riconoscimento di quelli che sono stati gli errori che hanno impedito di incidere con efficacia, per poi scendere in campo con mobilitazioni, presidi, iniziative sul territorio e attività di sensibilizzazione e di coinvolgimento di chi, dai margini, deve tornare ad essere il centro della discussione. Una discussione che è confluita nella piattaforma rivendicativa di Cgil, Cisl e Uil che rivendicava soluzioni per gli esodati, flessibilità in uscita senza penalizzazioni e riforma del sistema per consentire ai giovani sia di accedere alla pensione, sia di farlo con età anagrafica/anzianità contributiva profondamente diverse e possibili rispetto ad oggi. Una discussione che sostenuta da un lavoro continuo e costante che ha portato all’apertura del tavolo di confronto e dialogo tra Governo e sindacati per la riforma delle pensioni.

Positivo, e come potrebbe non esserlo, l’avvio di un percorso, ma il vero lavoro, quello della “fase II” sarà quello più impegnativo proprio perché volto a trovare le soluzioni strutturali che da tempo vengono richieste. Sarà dirimente come verrà individuata la platea dei lavoratori precoci, sulla base della gravosità del lavoro svolto, e come alcune tipologie lavorative specifiche del settore agroalimentare possano rientrarci. Tutto da declinare è invece il capitolo che riguarda la possibilità per i giovani ad accedere ad una pensione dignitosa che non li veda “incatenati” al lavoro fino agli ultimi anni della loro esistenza. Per quanto concerne la flessibilità in uscita, un discorso a parte riguarda l’APE (Anticipo Pensionistico), una sorta di autofinanziamento per poter accedere alla pensione in maniera anticipata e che verrebbe restituita a rate al momento del percepimento della pensione stessa. Con nettezza la Cgil ha dichiarato di non condividere il meccanismo individuato dal Governo. E’ assolutamente sbagliato affrontare un tema previdenziale con un prodotto finanziario, al di là se a concederlo è una banca o l’INPS. E’ chiaro anche che per il Governo ricorrere a questo strumento significa poter agire sulle voci a credito della legge di bilancio delle poste economiche che altrimenti andrebbero tutte a debito.

Diverso potrebbe essere se l’APE diventasse uno strumento congiunturale dedicato ad affrontare situazioni specifiche diventando così una sorta di ammortizzatore dedicato. Potrebbe essere considerato il lavoro bracciantile, proprio per la sua natura strutturalmente stagionale, e per la particolare gravosità essere un settore dove questa sorta di “reddito ponte” a totale carico dello Stato potrebbe trovare applicazione? Verrebbe così garantito il diritto di accesso alla pensione a lavoratori che in questo momento sono tra i più penalizzati dalle legge Fornero.

Domani, quadri e delegati della Flai-Cgil Nazionale, discutono il contenuto dell’accordo, ed il decreto integrativo e correttivo dei decreti legati al Jobs Act. Un confronto che va avanti.