L’Italia nel 2026 sta attraversando una profonda crisi idrica, caratterizzata da una condizione di anomalia climatica. Dopo la seconda primavera più calda dal 1950 (+1,26° rispetto alla media), la scarsità di riserve nivali sulle Alpi, evidenziata da un deficit dello Snow Water Equivalent (SWE), ha privato i bacini del fondamentale apporto derivante dallo scioglimento delle nevi già dall’inizio di giugno. In Lombardia il deficit SWE è superiore al 60%, mentre in Piemonte varia da -67% a -81%.
Nel Distretto del Po la situazione è allarmante poiché le portate del Grande Fiume risultano dimezzate, registrando a Borgoforte un deficit del 76% rispetto alla media storica. Nel Distretto dell’Appennino Settentrionale, i corsi d’acqua toscani mostrano portate estremamente scarse, con l’Ombrone che segna un -78% rispetto alla media ventennale. Nel Distretto dell’Appennino Centrale, in Umbria il Lago Trasimeno è sceso a -1,64 metri, ben al di sotto del limite minimo vitale.
La valutazione delle risorse idriche per l’agricoltura nel luglio 2026 evidenzia una situazione di forte criticità, specialmente nel Distretto del Po, dove al 13 luglio 2026 l’Autorità di Bacino stimava che, con l’acqua attualmente disponibile, restassero solo dieci giorni garantiti per l’irrigazione. Al contrario, il Mezzogiorno e le Isole presentano un quadro di maggiore resilienza temporanea grazie agli invasi riempiti dalle piogge dei primi mesi dell’anno. Tuttavia, le temperature estreme stanno spingendo la domanda irrigua a livelli record: nella Capitanata, in Puglia, si registra un prelievo settimanale di oltre 10 milioni di metri cubi per i campi.
