Cosa fa un sindacalista? Un sindacalista ascolta, consiglia, indirizza

Luglio 2017

di Ilaria Romeo – Responsabile Archivio storico CGIL nazionale

 

Il 29 gennaio 1952 Ernesto Alberti, colono dell’Appennino bolognese, scrive a Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL, per sottoporgli il progetto di un apparecchio agricolo da lui ideato.
Dopo aver invitato la Confederterra a valutare anche tecnicamente la macchina, Di Vittorio risponde all’Alberti sottolineando i pregi dell’apparecchio e consigliandogli di rivolgersi al Consiglio di gestione di qualche fabbrica emiliana per il suo possibile sfruttamento e la sua realizzazione.
Scrive il 29 gennaio 1952 Ernesto Alberti all’ “onorevole Di Vittorio, Segretario della CGIL”:
“Io sono un colono che abito nell’Appennino bolognese e precisamente a Savigno. Mi sono sforzato per ideare un apparecchio che possa servire ai nostri contadini nel lavoro di falciatura del grano. Si tratta di un apparecchio che va applicato a una falciatrice comune e che serve per spostare i covoni slegati senza aggravio di spese di mano d’opera per il contadino. Non sapevo a chi potermi rivolgere. Non ho mezzi per poter portare a termine il mio esperimento, che, come è naturale prevedere, ognuno che fa una cosa pensa sempre di averla fatta bene e che possa servire a qualcosa.
Mi sono rivolto a Lei per avere un consiglio, un suggerimento soddisfacente. Non avrei saputo chi altro fosse meglio di Lei poiché tanto bene fa a tutti i lavoratori. Ho allegato a questa mia un mio progetto. Un disegno del mio lavoro che mi sono fatto fare da un mio compagno. Al disegno ho fatto pure una breve relazione. So che vorrà ascoltarmi e so che Lei mi saprà dare tanti buoni consigli. Abbia pertanto anticipati ringraziamenti e gli auguri più sinceri di avere sempre più grande, una sempre più unita CGIL”.

Dopo aver invitato la Confederterra a valutare tecnicamente la macchina, Di Vittorio risponde il 6 giugno 1952 all’Alberti:
Soltanto oggi sono in condizioni di fornirLe la risposta che attende, non avendo avuto prima gli elementi tecnici necessari per esprimere un giudizio sul Suo apparecchio. Sulla base degli appunti e del disegno schematico da Lei inviati alla Confederterra Nazionale, e da questa esaminati, ed in seguito agli ulteriori chiarimenti da Lei forniti, la predetta Organizzazione ha espresso il parere che effettivamente l’apparecchio stesso può rispondere allo scopo e ritiene che in particolare ne potrebbero trarre un utile vantaggio, sopratutto ai fini di un sensibile risparmio nell’impiego di unità di lavoro, nelle operazioni successive al taglio, aziende di piccola e media ampiezza che non dispongono di sufficienti mezzi finanziari per acquistare macchine più complesse e costose, come la mieti-legatrice. Tuttavia la Confederterra esprime il parere che l’apparecchio stesso debba essere oggetto di più accurato esame dal punto di vista costruttivo – meccanico, da parte di esperti di macchine agricole, non solo, ma anche dal punto di vista della sperimentazione pratica. Poiché, pero, questa Confederazione non ha la possibilità di sperimentare direttamente l’apparecchio in questione, Le suggerisco di prendere prima contatto con i Consigli di Gestione di qualche fabbrica emiliana costruttrice di macchine agricole e successivamente con la Confederterra Nazionale, allo scopo di farsi consigliare in merito alla possibile utilizzazione della macchina. Gradisca frattanto i migliori auguri per la riuscita del Suo lavoro a molti cordiali saluti”.

 

E’ solo uno del molteplici esempi di corrispondenza tra Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL e la cosiddetta ‘base’.

Ricorda la moglie Anita nelle sue memorie:
“Ogni giorno giungeva a Di Vittorio una quantità immensa di lettere, da ogni parte d’Italia, quali scritte a macchina e quali con la grafia incerta del semianalfabeta, quali su ottima carta da lettera quali su poveri fogli di quaderno. Una mole immensa, di fronte alla quale confesso di essermi sentita, talvolta, spaventata. Si rivolgevano a lui per i motivi più vari: egli appariva evidentemente, agli occhi di centinaia, di migliaia di bisognosi come capace di sanare i torti, di fare giustizia, di portare consolazione. Mancavano i mezzi per far studiare un figlio? Si scriveva a Di Vittorio con fiducia: non era lui che aveva detto e scritto tante volte che tutti i ragazzi italiani dovevano poter studiare? Un paralitico chiedeva una carrozzella per poter uscire qualche volta di casa. Dei genitori chiedevano a lui un aiuto «per sposare i figli» che non possedevano nulla. Una famiglia minacciata di sfratto si rivolgeva a lui e così l’infortunato sul lavoro o il mutilato di guerra. Accadde più di una volta che si rivolgessero a lui marito e moglie, perché egli dicesse la parola che poteva rimetterli d’accordo, e salvare l’unita della famiglia. Di Vittorio pretendeva che si rispondesse con grande attenzione a tutti. Guai se una sola lettera rimaneva inevasa! Egli ripeteva «Chi ci scrive, ha fiducia in noi: non dobbiamo deluderli. Dobbiamo fare il possibile per accontentarli». E noi ci occupavamo con attenzione estrema di ogni richiesta, di ogni pratica, dietro le quali egli ci aveva insegnato a vedere il caso umano, a immaginare la sofferenza e la pena di chi scriveva” (Anita Di Vittorio, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 142-143).

A Di Vittorio scrivono in effetti (e l’Archivio storico CGIL nazionale gelosamente ne conserva gli originali) invalidi e pensionati di guerra, artigiani, invalidi civili, orfani, vedove, lavoratori senza pensione, pensionati, perseguitati politici, operai, emigrati, maestri (anche di scherma), carabinieri, persino preti! Cittadini di ceto e condizione sociale molto diversi che confidano al segretario, ma anche e forse soprattutto all’uomo Di Vittorio esigenze, inquietudini, progetti. E Di Vittorio, da buon segretario e da buon sindacalista, ascolta, comprende, guida, indirizza, consiglia e, quando può, interviene.

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