Effetti negativi della nuova PCP nella pesca del Mediterraneo

Effetti negativi della nuova PCP nella pesca del Mediterraneo

Evoluzione strutturale ed occupazionale della pesca nel Mediterraneo

di Massimiliano D’Alessio

Nel Mar Mediterraneo le attività di pesca hanno un valore culturale, economico e sociale importantissimo. Un recente parere del Parlamento Europeo[1] ci ricorda infatti «che 250.000 persone sono direttamente impiegate a bordo di imbarcazioni e che il numero di persone impiegate nel settore ittico per la loro sopravvivenza aumenta esponenzialmente se consideriamo le famiglie che vivono grazie al supporto della pesca regionale e che sono impiegate nell’indotto, come la trasformazione e la manutenzione delle imbarcazioni e il turismo».

Il settore ittico nel Mediterraneo riveste inoltre una rilevanza particolare soprattutto per quelle regioni periferiche marittime dove la pesca rappresenta spesso l’unica attività economica possibile. Sempre secondo il Parlamento Europeo, infatti, «il 60% dei lavori legati alla pesca si trova in Paesi in via di sviluppo del Sud e dell’Est del Mediterraneo, mostrando quale sia il ruolo della piccola pesca nello sviluppo sostenibile di quelle regioni e, in particolare, delle comunità costiere più vulnerabili».

Negli ultimi anni le riforme che in Europa hanno riguardato la Politica Comune della Pesca sono state finalizzate sugli obiettivi prioritari della protezione, della conservazione e del risanamento delle risorse ittiche e degli ecosistemi[2]. Secondo il legislatore europeo la dimensione ambientale della sostenibilità è, infatti, ritenuta oggi essenziale per il raggiungimento di quella sociale ed economica. D’altro canto, quanto meno nel breve termine, gli obiettivi ecologici appaiono fortemente in conflitto con quelli socio economici. Appare quindi opportuno valutare in maniera approfondita gli effetti della riforma della PCP sulle condizioni di vita degli operatori del settore ittico e, soprattutto, sulle opportunità occupazionali che le attività di pesca sono ancora in grado di offrire nel Mediterraneo.

Già sul piano strutturale le evoluzioni nella PCP hanno determinato un ridimensionamento del settore. La flotta da pesca mediterranea[3] iscritta nell’Archivio Licenze di Pesca a dicembre 2014 risulta, infatti, composta da 51.460 battelli di cui 45.139 operativi. L’analisi in termini di tipologia di attività svolta evidenzia che la flotta mediterranea è composta in prevalenza da battelli di piccola pesca. Sono, infatti, 31.944 le imbarcazioni di lunghezza fuori tutto inferiore a 12 metri attive nel Mediterraneo. Nel periodo 2008-2014 nel complesso dei Paesi del Mediterraneo[4] si osserva una riduzione del -14% nella numerosità delle imbarcazioni da pesca. Le imbarcazioni iscritte nell’Archivio Licenze di Pesca nell’area del Mediterraneo passano infatti dalle 54.711 unità del 2008 alle 47.075 del 2014. Una riduzione simile si rileva anche considerando il solo sottoinsieme dei battelli operativi. In particolare nel periodo 2008-2014 nei paesi del Mediterraneo si osserva una riduzione del -11% nella numerosità delle imbarcazioni da pesca operative. Le imbarcazioni operative nell’area del Mediterraneo passano infatti dalle 47.584 unità del 2008 alle 42.423 del 2014. La flessione nella numerosità dei battelli riguardi tutti i principali paesi del Mediterraneo. In particolare la Grecia, con una flessione del -14% (-19% per la piccola pesca), è il paese mediterraneo che registra la maggiore flessione nella numerosità dei battelli da pesca. Un ridimensionamento nella flotta da pesca si registra anche in Francia (-13%), in Spagna (-11%), Italia (-6%) e Croazia (-3%). Andamenti in controtendenza si registrano invece per Cipro (+10%), Slovenia (7%) e Malta (1%).

La figura permette di analizzare l’andamento dell’occupazione del settore della pesca nei Paesi del Mediterraneo nel periodo 2008-2014. Come si può osservare la numerosità dei lavoratori della pesca nel Mediterraneo ha registrato con riguardo all’intero periodo una diminuzione complessiva dell’8%. Un’analisi più approfondita permette di osservare che l’andamento dell’occupazione è stato caratterizzato dapprima da un trend crescente che conduce al valore massimo di 82.229 occupati. A partire dal 2010 si evidenzia un’inversione del trend che conduce ad un valore minimo nel 2013 di 72.794 lavoratori occupati nel settore della pesca del Mediterraneo.

La flessione nella numerosità degli occupati nel settore della pesca riguarda tutti i principali Paesi del Mediterraneo. In particolare la Grecia, con una flessione del -19% (-5% per la piccola pesca), è il Paese mediterraneo che registra la maggiore flessione nella numerosità degli occupati nel settore della pesca. Un ridimensionamento occupazionale si registra anche in Italia (-12%), in Francia (-11%) e in Spagna (-11%). Andamenti in controtendenza si registrano invece per Croazia (+43%), Malta (+28%), Slovenia (+13%) e Cipro (+10%).

I dati esposti in precedenza evidenziano il processo di declino socio-economico che caratterizza il settore della pesca nel Mediterraneo. Appare evidente la necessità di introdurre al più presto dei correttivi che invertano il trend occupazionale negativo garantendo la salvaguardia e la prosecuzione delle attività di pesca. In questo senso una effettiva attuazione dovrà essere garantita alla regionalizzazione degli strumenti della nuova PCP per garantire interventi e politiche che tengano effettivamente conto delle specifiche peculiarità ed esigenze che caratterizzano le attività di pesca nel Mediterraneo.

[1] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=COMPARL&reference=PE-595.446&format=PDF&language=IT&secondRef=01

[2] Nella comunicazione “Consultazione sulle possibilità̀ di pesca per il 2017 nell’ambito della politica comune della pesca” (COM(2016)0396), la Commissione sostiene che nel Mediterraneo l’eccesso di pesca resta predominante e urgono rimedi per rovesciare questa situazione.  Nello stesso documento la Commissione esprime preoccupazione perché́ molte delle specie oggetto di valutazione sono pescate ben al di sopra delle stime obiettivo del rendimento massimo sostenibile (MSY).

[3] L’area di analisi è composta da Cipro, Croazia, Francia, Italia, Grecia, Malta, Slovenia e Spagna.

[4] In questo insieme non è compresa la Croazia per cui sono disponibili dati solo a partire dal 2012.

Convegno: the impact of the Common Fisheries Policy (CFP) reform

Nel corso del convegno conclusivo del progetto “The impact of the Common Fisheries Policy (CFP) reform and the contribution of collective bargaining to create more and better jobs toward the exit from the crisis: information and training measures in European fisheries and aquaculture sector for workers organizations (VP/2013/0201)” svoltosi a Roma il 13 e 14 novembre 2014 sono stati presentati i principali risultati dell’indagine che sono stati realizzati anche grazie al coinvolgimento diretto dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali europee. (altro…)